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Paragrafo  7 . Dal governo di coalizione alle elezioni con il  sistema

maggioritario.

     
Mussolini form un governo composto non solo da fascisti, ma anche  da
liberali,  popolari, membri delle forze armate, un nazionalista  e  da
uno  dei  pi importanti esponenti della cultura, il filosofo Giovanni
Gentile,  cui fu assegnato il ministero dell'istruzione. In parlamento
poteva  contare su una maggioranza piuttosto consistente, composta  da
liberali e popolari, e sulla simpatia di importanti uomini di  cultura
come Benedetto Croce e Luigi Einaudi; in tal modo il 17 novembre 1922,
Mussolini ottenne la fiducia alla camera con 316 voti favorevoli e 116
contrari.
     La  formazione di un governo di coalizione e l'ampia  fiducia  da
esso  ottenuta  sembravano  preludere a un ritorno  alla  legalit  e,
contemporaneamente,  sancire  la fine della  crisi  politica  e  delle
tensioni   sociali.  Mussolini  stesso  cercava  di  alimentare   tale
impressione,  dicendosi  intenzionato a  "normalizzare  il  fascismo",
ossia  a far cessare le violenze squadristiche; in realt egli  mirava
alla  conquista  del  potere assoluto e, a  tale  scopo,  ag  su  tre
direttive  principali: potenzi le strutture politiche e militari  del
partito  fascista, rafforz il rapporto con la base sociale  e  con  i
principali  centri  di  potere,  si  impadron  degli  strumenti   per
l'esercizio delle funzioni politiche fondamentali.
     Nel  dicembre  del  1922 venne costituito il Gran  consiglio  del
fascismo,  formato dai ministri fascisti, dai membri  della  direzione
del partito e da altri esponenti nominati da Mussolini, con il compito
di affrontare i principali temi politici sui quali fornire indicazioni
al  governo;  si  trattava  in pratica di  un  organo  consultivo,  di
collegamento tra partito e governo.
     Il  14 gennaio 1923, con un decreto regio emesso su proposta  del
governo,  fu  deciso  lo  scioglimento  della  Guardia  regia   e   la
costituzione  della  milizia  volontaria per  la  sicurezza  nazionale
(MVSN),  nella quale confluirono anche le squadre fasciste e che  ebbe
come  compito ufficiale quello di affiancare gli organi statali  nella
tutela  dell'ordine  pubblico. Formalmente si  trattava  di  un'azione
"normalizzatrice";    in    realt   fu    una    vera    e    propria
istituzionalizzazione dello squadrismo a tutto vantaggio di Mussolini.
Infatti  la  MVSN,  che  venne  usata  per  intidimidire  e  reprimere
l'opposizione  al fascismo, non giurava fedelt al  re,  ma  era  alle
dirette dipendenze del presidente del consiglio, che pot in tal  modo
rafforzare  il  suo controllo sulla base squadrista  e  ridimensionare
ulteriormente il potere dei ras locali.
     La  capacit  di resistenza delle forze antifasciste  era  invece
sempre  minore,  a  causa della mancanza di coesione,  della  continua
polemica tra comunisti e socialisti e della debolezza dei sindacati  e
dei  lavoratori  in generale, accentuata dalla crisi economica,  dalla
disoccupazione e dalla paura dei licenziamenti (nel gennaio  del  1923
vennero licenziati pi di 30.000 ferrovieri come rappresaglia  per  lo
sciopero  antifascista  dell'agosto del 1922  promosso  dal  sindacato
ferrovieri italiani). Nelle citt e nelle campagne la violenza
     
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     squadrista colpiva le istituzioni, le organizzazioni e i  singoli
militanti  dei  partiti d'opposizione. Particolarmente presi  di  mira
furono  i  comunisti (tra gennaio ed aprile del 1923 vennero arrestati
migliaia  di esponenti del partito tra cui Bordiga), allo scopo  anche
di impedire una prospettata fusione tra PCdI e PSI.
     Per  rafforzare  la  base sociale del fascismo  e  consolidare  i
legami con i principali centri di potere, Mussolini ritenne necessario
acquisire un pi ampio consenso nei confronti del mondo cattolico.  Il
raggiungimento   di   tale   obiettivo   era   per   ostacolato   dal
deterioramento  dei  rapporti  con  il  partito  popolare,   che,   su
iniziativa  del  suo  segretario don  Luigi  Sturzo,  aveva  preso  le
distanze dal fascismo ed aveva ritirato i propri ministri dal governo.
Mussolini  cerc allora di stabilire rapporti diretti con il Vaticano,
che  si mostr disponibile, in quanto era interessato ad imprimere  un
orientamento  pi conservatore al partito popolare, in  contrasto  con
Sturzo  e  i  suoi  seguaci.  Chiaramente rispondenti  allo  scopo  di
ottenere  il  sostegno delle gerarchie ecclesiastiche appaiono  alcuni
aspetti  della riforma del sistema scolastico, elaborata dal  ministro
dell'istruzione Giovanni Gentile e varata il 27 aprile del 1923.  Essa
infatti prevedeva, oltre a una nuova struttura di tutto l'ordinamento,
importanti   novit   a   vantaggio  della  Chiesa   di   Roma,   come
l'obbligatoriet  dell'insegnamento della  religione  cattolica  nelle
scuole  elementari e l'introduzione dell'esame di stato, con il  quale
tutte  le  scuole  private,  in  gran  parte  confessionali,  venivano
parificate a quelle pubbliche. Pi o meno contemporaneamente la  Banca
d'Italia  intervenne per salvare dal fallimento il Banco di  Roma,  il
maggiore  istituto finanziario cattolico. Un primo importante  effetto
di queste manovre si ebbe il 23 luglio con le dimissioni di don Sturzo
da segretario del partito popolare.
     Ottenuta la direzione del governo, Mussolini doveva mantenere  le
promesse  fatte  in  materia di politica economica,  che  gli  avevano
assicurato   il   sostegno   della  ricca  borghesia   industriale   e
finanziaria;  per  questo, sin dal 1923, revoc le principali  riforme
giolittiane  tendenti  a  realizzare una  pi  equa  ripartizione  del
reddito  nazionale  ed  adott  vari provvedimenti  volti  a  favorire
l'espansione   dei  profitti,  gli  investimenti  e  l'aumento   della
produzione.  Venne  eliminata  la nominativit  dei  titoli  azionari;
furono  diminuite  e  in molti casi abolite alcune  imposte,  tra  cui
quelle  di  successione, sui profitti di guerra, sul reddito  e  sulle
nuove  costruzioni  industriali. Allo stesso scopo rispondevano  altre
misure, come la soppressione del monopolio statale delle assicurazioni
sulla  vita, la privatizzazione dell'industria dei fiammiferi e  della
rete telefonica, l'abolizione del blocco dei fitti.
     Il  fascismo aveva il sostegno dei principali centri  di  potere,
ma,  potendo  disporre di soli 35 deputati ed essendo  a  capo  di  un
governo  di  coalizione, non aveva ancora il controllo assoluto  degli
spazi  istituzionali.  Per conseguire anche tale obiettivo,  Mussolini
attu  una  serie di manovre volte a impadronirsi degli strumenti  per
l'esercizio delle funzioni politiche fondamentali. A tale  scopo,  nel
luglio  del 1923, venne presentato dal sottosegretario alla presidenza
del   consiglio  Giacomo  Acerbo  un  disegno  di  legge  di   riforma
elettorale,  che  prevedeva l'adozione del sistema  maggioritario  con
l'attribuzione di due terzi dei seggi alla lista risultata  vincitrice
con  almeno il 25 %, e dei seggi restanti alle altre liste secondo  il
sistema  proporzionale. La proposta fu approvata nel mese di novembre,
dopo  un  lungo  ed  acceso dibattito, durante  il  quale  i  deputati
dell'opposizione furono sottoposti a minacce ed intimidazioni.
     
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     Conclusa  con  successo  questa prima tappa,  Mussolini  pass  a
quella  successiva: il 25 gennaio 1924 fu sciolta la camera e  vennero
indette  nuove  elezioni  per il 6 aprile.  I  fascisti,  i  cattolici
conservatori  e la maggioranza liberale formarono una lista  nazionale
denominata "listone", cui si affiancarono una seconda lista  nazionale
ed  una  presentata da Giolitti. Le forze politiche antifasciste,  non
riuscendo  a  superare i contrasti interni e le varie differenziazioni
ideologiche e strategiche, si presentarono divise.
     Durante   la  campagna  elettorale  il  terrorismo  fascista   si
scaten:  moltissimi  candidati dell'opposizione  furono  aggrediti  e
malmenati, numerose sedi di partiti e di giornali democratici  vennero
assalite, incendiate, distrutte. Le operazioni elettorali si  svolsero
in un clima di violenza e di intimidazione, cui si aggiunsero numerosi
brogli.  Il  successo  dei fascisti e dei loro alleati  fu  netto:  in
totale  ottennero  374  seggi  su  535;  solo  in  Piemonte,  Liguria,
Lombardia  e Veneto, le regioni con una consistente presenza  operaia,
le opposizioni ebbero maggiori consensi.
